Finnegans Wake H.C.E. o il mondo dei se(o)gni come caos ragionato.
I diversi livelli di lettura.



FINNEGANS WAKE H.C.E. o il mondo dei se(o)gni come caos ragionato.

(JPEG)

« L’histoire est un cauchemar dont je cherche à m’éveiller ».

Stephen Dedalus/James JOYCE, Ulysses, 1922.

« Il testo altro non è che una macchina presupposizionale ».

Umberto ECO, Lector in fabula, p.25, Bompiani editore.

F.W. : 1° livello di lettura

È certamente « ingenuo » il lettore che accingendosi a leggere i primi quattro « rivoluzionari » capitoli di FW. crede di penetrare una storia (ce ne sono tante, tantissime che si intersecano fino ad annullarsi), conoscere dei veri personaggi (se ne incontrano a centinaia, alcuni trasformati, altri inventati), condividere una folle passione (il testo è tutto un delirio, una follia), partecipare a dialoghi autentici (tutto nel testo è costruito o quasi : scene, nomi di quartieri, strade, piazze, ponti, monumenti, edifici, nomi di personaggi storici e romanzeschi, linguaggi ).
Insomma, questi primi quattro testi, (un centinaio di pagine in tutto), si offrono non certamente al puro piacere della lettura, ma alla curiosità, (segno innegabile che si tratta di un libro di un vero scrittore), al gusto che il lettore prova nell’affrontare, ben consapevolmente, questa impari sfida tra Lui e il Testo, tra ciò che il Lettore riesce a cogliere e ciò che Joyce ha inteso darci.

L’obiettivo affascinante quanto ambizioso è quello di ricercare un confronto/scontro tra due presunte verità. Il campo di battaglia è il linguaggio (i linguaggi), la scrittura ( le scritture), verso cui incredibilmente Joyce è portato , mentre per il disarmato lettore è inoltrarsi con timore e in punta di piedi in una retro-dimensione temporale immaginifica, dove le parole assumono sensi diversi e molteplici, a seconda del loro posto nel discorso.

Non c’è da disperarsi, però, se la prima lettura è disarmante, se l’incontro con le parole, alcune inventate, altre costruite, altre ancora prese da sessanta dialetti, suscita strane pulsioni mai provate prima, tali da ingenerare, anche se per un attimo, la voglia di abbandonare la gara, di gettare la spugna. La strada della vita non è mai senza ostacoli ed è proprio questo messaggio che a Joyce sta a cuore. La sua Letteratura, infatti, insegna a coltivare la perseveranza e a guardare sempre davanti a sé, a guardare oltre, pur sapendo che qualsiasi azione, anche quella più rischiosa, comporterà sacrifici e ripensamenti, ansie e paure, ma anche godimento (cf. Barthes e il Testo come â « jouissance »)

Pertanto, bisogna che il Lettore tenti di violare l’armatura compatta del testo, di scardinare le sue imponenti porte d’entrata, svegliandosi dal torpore ammaliante del ritmo e delle ripartizioni cadenzate per riacquistare insieme alla vista e all’udito la consapevolezza che non c’è altra novità che quella di guardare, altra libertà che quella di leggere per raccontare la Vita, il « robuloso rebus della vita » (12 bis).

Uno scrittore assolutamente originale questo Joyce di FW. E quindi è naturale che di fronte ad un grande talento il Lettore Modello « ingenuo » viva in una posizione distante, quasi intimorito e smarrito, alla ricerca necessaria quanto legittima di identità, di un topic o più topic testuali che lo rassicurino e ne rafforzino la voglia di lettura. C’è da pensare, forse, che Joyce abbia costruito volutamente il suo FW. sulla parola che si fa, che (si) prende senso nel momento stesso in cui è scritta, togliendo, di fatto, al Lettore, ogni pur piccolo appiglio, ogni pur piccola possibilità di interagire.

Nessuna pretesa moralistica da parte di Joyce, ben inteso, forse il gusto (sadico ?) d’immaginare il lettore alle prese con un non-ordine concettuale, mentre annaspa in un mare di fatti, lotte, schermaglie, rapimenti, con figure ordinarie insieme a personaggi capi-clan che colpiscono l’ingenuità popolare per le audaci imprese, ri-raccontate con grande enfasi. . Sfruttando le potenzialità comunicative della parola sia sul piano fonetico-etimologico che di senso, Joyce ha architettato « questa immensa macchina (FW.) per produrre interpretazioni » (U. ECO, I limiti del l’interpretazione, p.106), per favorire quello che lo stesso Eco definì con il termine di « slittamento del senso ». E questo processo di differimento all’infinito finisce per spingere il Lettore in una fitta e intricata rete di rimandi e di collegamenti nella quale resta impigliato.

La banale caduta di Finnegan/ H.C.E , « the fall » (1 bis), dal muro di casa mentre, come Cincinnato, stava lavorando sul retro del giardino « in un soffocante sabato pomeriggio... in una pace di paradiso » (30 bis), è all’origine del racconto ma diventa sorprendente e affascinante nel momento in cui i suoi amici e conoscenti decidono di vegliarlo, credendolo morto. Alcuni cantano già il lamento funebre e ballano facendo un cerchio attorno alla bara di tech. Altri lo piangono. « Ci sarà una tregua mangianifica »(11 bis), dicono alcuni. Chi « chiederà in prestito una veste chi noleggerà un po’ di torba » (12 bis) e chi berrà del sidro, del rum e pure della cedrata. La vedova, come è usanza, distribuisce agli amici del tè e dei pasticcini, poi pipe e barilotti di birra e di whiskey. Un’allucinante sequenza di « cammellosi eccessi » (67 bis), anche di natura sessuale (Due ragazze, una magretta e l’atra robusta, vendono i loro favori in luoghi inabituali, « sui mucchi di fieno o nelle legnaie...o addirittura nel profumato recinto del cimitero, per un pezzo di carbone o una schiera di leggeri calzoncini » (68 bis), tale da far diventare la veglia occasione per fare baldorie, « veillées sauvages », come le chiama la Chiesa cattolica.

E tutto questo per far capire che non c’è via d’uscita per una generazione di persone che s’incammina verso una « impasse » distruttiva.
Allusione di Joyce all’imminente e catastrofico conflitto della 2° Guerra Mondiale ? Oppure Joyce vuol far coincidere il risveglio di Tim, alias Earwicker, con quello di tutto un popolo che non ha altra possibilità di salvaguardarsi che quella di rigenerarsi dalle ceneri di sé ?
La seconda ipotesi ci sembra quella più vicina al pensiero joyciano, anche perché FW. si pone sulla stessa scia del più celebre e più ampio Ulysses. Il problema di fondo è lo stesso : quello di raccontare un certo mal di vivere in una società che ha smarrito le sue origini. Da Adamo ed Eva in poi è un orizzonte di forme che si riduce, una folla di esseri che si separano per dissolversi, una natura che perde i suoi alberi, le sue piante per diventare luogo desertico e malinconico. Un « putto mondo » (6 bis), scrive Joyce, che scivola nel rituale e nell’indifferenza, dove tutto è marginale, frammentario, un corpo senza testa e senza coscienza. Solo le parole si sovrappongono, si scontrano, si arrotolano in giochi di lettere e di suoni. Ciò concorre a dare l’immagine d’una civiltà che produce per produrre senza più porsi il problema del dopo, delle sue necessità, senza possedere il dono della « preveggenza » (5 bis).

*

(GIF)

(JPEG)

« Le plus important dans la vie, c’est l’écriture ».

Jorge AMADO, 1981.

FW. : 2° livello di lettura

Lettura più veloce ma cadenzata. Lo sguardo è sempre attento a cogliere il più piccolo indizio, la più vaga delle allusioni, dietro un insieme di parole o di forme onomatopeiche. Il senso è oltre ? Forse. Ma c’è un senso ? Il Lettore Modello « ingenuo » comunque continua a ricercarlo con il proverbiale lanternino. Ancora niente. Una cosa percepisce. Man mano che la lettura avanza sente che cresce in lui la curiosità e la dipendenza. Ciò malgrado accetta la dialettica della distruzione, dell’artificio, della « catastrophe » espressiva, non di certo per mettersi dalla parte della preservazione e della difesa di un certo modo di scrivere logico e popolare (esiste oggigiorno un testo che possa definirsi « popolare »  ? Come deve essere un testo « popolare » ? Quali significati il termine « popolare » racchiude ?), ma per dire prima di tutto a se stesso e a chi non riconosce altra solidità/« beauté » che quella concettuale, che la via della scrittura permette delle invenzioni, delle verità assolutamente incredibili.

D’altronde tutto un filone della letteratura europea del primo novecento è sensibile a ricercare un modo nuovo di intendere il rapporto tra « l’oeil et l’oreilleâ ?. Sotto l’impulso di sfida del dadaismo, le nozioni stesse di letteratura, di libro, di autore e di arte, sono cambiate. Un’accelerazione di gusto che ha finito per coinvolgere modi e tecniche di comunicazione. Dalle provocazioni dadaiste e surrealiste a oggi è un continuum di tentativi di comunicare bisogni e sentimenti ma in modo non convenzionale. Non solo nella lingua orale ma anche in quella scritta assistiamo a una velocità di locuzione, di scrittura, di creazione, per non perdere, forse, il contatto con la realtà quotidiana sfuggente e « complexe ». Persino il modo di fare un’intervista è velocizzato, più intenso, non rispettando quei canoni di semplicità e di trasparenza espositiva, fiore all’occhiello della grande prosa gidiana e proustiana.
« Société du spectral », l’ha così ben definita lo scrittore Philippe SOLLERS la nostra società, quella degli ultimi trent’anni, più incline allo spettacolo che alla riflessione, ai brouhaha confusi e assordanti dei talks-show televisivi che alle discussioni pacate e ricche di spunti di discussione. Resta il fatto che con Finnegans Wake (1939) di J.Joyce, con Paradis di Ph.Sollers (1981), passando per « D’un Château l’autre » (1957) di Céline, « Archipel et Nord » (Ed. de Minuit, 2009) di Claude Simon, « Dans le labyrinthe » (Ed. de Minuit,1959) d’Alain Robbe-Grillet e « Cent mille milliards de poèmes » (1961) di Raymond Queneau, si è ricercato un nuovo rapporto con il linguaggio che non sia solo leggibile ma anche udibile e quindi geniale. Un modo creativo che abbandonando ogni voglia di delirio ideologico, si collochi all’interno della scrittura, non sia altro che linguaggio, un metalinguaggio.

Ecco l’immagine della creazione joyciana che affascina. Ecco il testo fantasmagorico che intriga. Ecco il testo che permette di scivolare nei sottosuoli delle apparenze per leggervi ciò che è tenuto nascosto. FW. è il racconto del ritorno di Joyce alle origini del suo popolo, una rivisitazione della sua amata Dublino dilaniata da conflitti senza tempo che sottindente una parte di dubbio. Il secondo capitolo si situa, infatti, in quest’atmosfera di nebbie e d’incertezze, toccando un problema chiave della nostra epoca : la difficoltà a trovare la linea che tiene distante il reale dal sogno, la fiducia nell’altro dallo smarrimento che si prova quando si è immersi nelle peggiori seduzioni.

Uno dei meriti di Joyce e di FW. è di far capire che gli esseri umani sono imprevedibili e in tutte le epoche. Tale è Tim Finnegan come altri personaggi del libro, che non soffre mai di solitudine, accompagnato sempre da un flusso incessante di parole. Esse godono la nostra fiducia quasi assoluta. Cancellate, esse ritornano per sostenerci dalle delusioni, dalle maldicenze, dalle falsificazioni. Le parole sono la Vita che si rinnova.

*

(GIF)

(JPEG)

L’homme « pour être entendu, il a besoin d’un peu plus que soi, d’un autre que soi ».

Danièle SALLENAVE, Le messager européen, N°3.

FW. : 3° livello di lettura

La lettura è più facile dopo la risoluzione di un rebus intricato quanto ossessivo : la scrittura in FW. scorre su due assi portanti che si incrociano e si sovrappongono con abbastanza regolarità. Il primo consente al Lettore « ingenuo » di comprendere il senso della frase che ritiene principale. Il secondo vi si frappone a modo di ostacolo e serve a slegare le parti discorsive, ricorrendo a nomi, fatti e locuzioni preposizionali ripetute a modo di litania che, sul momento, distraggono, ma che, alla lunga, accuratamente recuperati, inferiscono e non poco nel tessuto testuale. Al centro, una grande metafora fluviale il cui corso principale (testo) riceve nel suo continuo scorrere verso il mare (i sensi) una massa informe di acqua (informazioni), d’incerta provenienza, che ne rafforza la portata, rendendolo importante, accattivante e anche impetuoso (l’identificazione con il fiume Liffey che attraversa Dublino è del tutto scontata). Una doppia scrittura, cioè, che si articola combinandosi e annullandosi in affermazioni e negazioni. Per cui chiameremo a quella che avanza senza esitazioni perché ha un preciso e inequivocabile obiettivo da attualizzare e b quella con variazioni in successione (b1 ; b2 ; b3 ;..), che, sorte con il fine di far perdere al Lettore l’orientamento discorsivo, alla fine lo spingono a seguire uno dei tanti percorsi collaterali (affluenti) di cui è provvisto il Testo.

Da ciò si spiega la debolezza di fondo del Lettore « ingenuo » che ha necessariamente bisogno di un qualcosa a cui legarsi per rassicurarsi circa il suo percorso lettorale. Come Teseo, il mitico eroe ateniese dell’antichità, ha bisogno del filo per uscire indenne dal labirinto e respirare l’odore della vita, così al Lettore, per non perire sotto le trappole testuali accuratamente costruite da Joyce, necessita un espediente da contrapporre, un atteggiamento non riverenziale verso il Testo, quasi fosse una sacralità da venerare, ma di diffidenza, lo stesso sentimento che Arianna prova verso suo fratello deforme, il Minotauro. Un sentimento che non è di vendetta ma di profonda attenzione, di ricerca attiva nel labirinto della conoscenza e della Vita.

Giacché « in questa plumbea età di lettere » (61 bis), in palio non c’è la verità assoluta, né tantomeno la volontà di imporre un modello unico di comportamento. Il Lettore ha semplicemente bisogno di affermazioni certe non di affermazioni doppie (cfr. Nietzsche), di fatti non di non-fatti che certamente non garantiscono certezze. E finché egli sarà solo davanti a FW., avrà paura per ciò che leggerà, per la sua non desiderata sosta nel labirinto delle parole. Come Teseo anche il Lettore è animato dal desiderio di sciogliere i suoi dubbi (ucciderli) e, nel contempo, dalla voglia, essendo « la vita (è) una veglia » (55 bis), di rituffarsi nel vissuto, nelle banali ripetizioni, nei linguaggi abituali e possibili.
Maurice BLANCHOT aveva ragione quando sosteneva, nel suo celebre saggio « L’écriture du désastre » (Ed.Gallimard), la necessità di possedere « deux langages ou deux exigences, l’une dialectique et l’autre non dialectique... », l’una visibile e l’altra evanescente, l’ebbrezza e l’esuberanza dionisiache e il distacco apollineo.

Il messaggio joyciano che si coglie è in questa direzione. Per entrare in un mondo inesplorato, dove non si incontrano più frontiere e dove « nessuna fine è nota » (48 bis), il Logos non basta, né la dissoluzione/follia. Né tantomeno il ricorso ad una entità sopraterrena. Dio è morto, scriveva Nietzsche nel suo celeberrimo « Così parlò Zarathoustra », e gli amici si disperdono.
Al Lettore, novello Icaro, non resta che volare più in alto per apprendere, cautamente, « la rabbia rovina i rabbiosi » (58 bis), la duale bellezza del poetico creato, il suo essere due, l’ineffabile e il drammatico incontro con i « moments souverains ». Solo così la comprensione diventa possibile e le parole legate alla loro lettura cessano di produrre soltanto suoni variopinti e musicali, per assumere un senso e per permettere di vivere la crisi del nostro tempo fino alla fine.
A questo riguardo non può sfuccirci l’attenta e profonda riflessione che Joyce con il suo FW. ci induce a fare sul senso delle nostre rappresentazioni, sul perché determinati comportamenti ci appaiono assurdi e ridicoli. Sicché, man mano che il Lettore arriva al termine di questa lunga fatica, s’insinua il lui un solo convincimento, che per sfuggire alla negatività di un mondo votato alla distruzione di sé, non c’è altra via che perdersi nell’estasi della riscoperta delle proprie radici umane e culturali.

*

(GIF)

(JPEG)
Joyce à la guitare
in Tel Quel n°83, printemps 1980

« Quand on écrit, on peut bien toucher au réel, mais pas au vrai. »

Jacques LACAN.

FW. : 4° livello di lettura

In ambito artistico-creativo, non è detto che per ogni inizio ci sia una fine. A volte è vero proprio il contrario. Dalla rappresentazione semantica di un oggetto può aver origine un’altra rappresentazione, da un segno linguistico un altro segno e un altro ancora..... Ecco una serie infinita di oggetti e di cose. Un processo semiosico che non ha limiti, né termine, anzi riattiva l’azione interpretante del Lettore che si avvera continua e ricca di sorprese.
È quanto succede, ci sembra, in FW. che contiene in sé tutte le possibili espansioni del testo (cf. Peirce e Morris). Un intreccio che si snoda e si riannoda a modo di cerchio di tutto ciò che in Joyce era trattenuto, registrato : le sue strade, i suoi quartieri e la gente di Dublino, amici e avversari, luoghi mitici, figure tra l’umano e il « merveilleux ». Tutto in FW. si ravviva, prende corpo e si espande grazie alla memoria « reale » del suo autore. Tutto è ricomposto al presente, avvenimenti, sentimenti e sensazioni nuove senza l’ausilio di grammatiche né di punteggiature.

Joyce padroneggia, infatti, a perfezione la forma narrativa, concepita come una successione di situazioni alle quali anche il Lettore « ingenuo » comincia a prendere gusto al punto che gioca con le metafore joyciane, riuscendo persino a leggere nelle perifrasi di cui il testo abbonda.

Paradossalmente è proprio la mescolanza dei toni, di linguaggi verbali e non verbali, che rende più affascinante il racconto di questa saga eroica del ciclo di Fianna . Essa permette di assaporare la forza sensuale ed evocatrice di una lingua â ??costruitaâ ? che serve a Joyce per mostrare la deriva di un mondo confuso quanto insensato, attraversato da tragedie, da lotte feroci che rendono ancora più tragico il senso della vita, più malinconico il mondo relazionale.

Come a tutti i creatori, anche a Joyce succede di non saper (o voler) essere distante dal suo « alter ego », non può lasciarlo solo soprattutto quando lui stesso vive grandi difficoltà familiari : sua figlia Lucia è schizofrenica, il figlio ha problemi di voce e di nervi, Joyce stesso soffre di glaucoma agli occhi e ha bisogno di denaro per farvi fronte. Nella sua multiforme scrittura trovano posto la sua inquietudine e le sue paure, la sua ironia e la sua razionalità.

Saltellando dall’inglese al francese passando per dialetti germanici e italiani, Joyce si compiace di apparire per quello che non è mai stato, uno scrittore serio e distante. Joyce incontra Finnegan e lo accoglie nella sua famiglia per difenderlo da quelle liti indiavolate « che l’avevano rovinato, sciupato per la vecchiaia » (75 bis) e da quei « vili traditori » (75 bis) che ora siedono alla sua veglia, pronti a scrivere su di una piastra di pietra la solita allocuzione « un esempio davvero ben formulato di falso significato adamelegiaco : Tra noi e te è finita all’infernamente... » (77 bis).

Dicono che il grottesco unisce i contrari : il triviale e il sublime, il corpo e l’anima, il demoniaco e il sacro ; esso concilia l’inconciliabile, ricrea il mondo e lo popola di mostri. Joyce si rivela in FW. un maestro di questo gioco di fascinazione e di repulsione. La sua stravagante scrittura porta il racconto verso cime di delirio alle quali, nonostante il ridicolo delle situazioni, il Lettore Modello anche « ingenuo » accede con un certo piacere : tale è il processo a Festy King per le presunte violenze commesse nel parco. É accusato di comportamenti « maialeschi » e di aver lasciato Dublino per aver tirato dei sassi contro uomini e tacchini che, diceva a sua discolpa, l’avevano seguito senza essere costretti. Più che una ricostruzione illogica e farraginosa di un incubo, sintesi di tutti gli orrori commessi dagli uomini, ci sembra una parodia del processo con un ampio riconoscimento delle capacità di finzione dell’autore. Il ritorno di Tim dal regno dei morti corrisponde esattamente al risveglio di Joyce/Lettore da un tremendo sogno. È sentirsi liberi da ogni forma di egoismi di classe, dalle categorie, dall’arroganza e dall’incultura dei media che ricercano il profitto con tutti i mezzi, per « portare alla luce la vera verità » e ritrovare «  ?il senso più solido » (96 bis) della Vita.

IN TEL QUEL N°83

Jean-Louis HOUDEBINE : Beaucoup de questions. On pourrait commencer par celle-ci, de manière un peu abrupte : celle de « l’élément catholique » dans l’ ?uvre de [Joyce, dont on peut supposer que c’est Joyce lui-même qui avait insisté pour qu’elle figure expressément dans le fameux recueil de I929 (Our Examination... ). Bien sûr, la formulation laisse à penser qu’il s’agit là d’un élément parmi d’autres ; n’empêche que c’est précisément sur cet élément-là que sont venues se fixer bon nombre des critiques formulées en son temps contre Joyce, notamment à propos d’Ulysse, de Wells à Pound ou à Jung. [...]

PHILIPPE SOLLERS : Prenons les réactions à propos d’Ulysse. Je crois que c’est le c ?ur de la question. Vous avez cité un certain nombre de noms ; dans presque tous les cas, on trouve un fantasme par rapport au catholicisme de la part de ceux qui sont amenés à lire ce livre. C’est extrêmement important, car s’il s’était agi d’une position catholique de la part de Joyce, alors l’affaire aurait été ni plus ni moins classée, comme elle l’a été dans mille cas contemporains, antérieurs ou ultérieurs. Mais, que ce livre-là, cette écriture-là, cette expérience-là, ait déclenché le diagnostic que, finalement, sous toute cette masse symbolique se cachait une détermination catholique, et que même si elle y était ironisée, contestée, niée, elle n’en demeurait pas moins la source, à la fois sexuelle et symbolique, de l’ ?uvre en question -, alors cela, en effet, doit immédiatement attirer notre attention. [...]

« La Trinité de Joyce » in Tel Quel n°83, printemps 1980, p. 36.

Ciò da cui Joyce vuole fuggire, non è forse quell’educazione rigida e rigorosa ricevuta al tempo in cui a Dublino frequentava le scuole dei Gesuiti ? Non è forse il peso diventato insopportabile di quell’educazione cattolica « institutionnelle » con cui da tempo aveva rotto o creduto di rompere ma che, invece, continua a restare appiccicata al suo corpo, alla sua vita, al suo modo di intendere lo scrittore, in quanto «  source à la fois sexuelle et symbolique » (cf. Philippe SOLLERS, Tel Quel N°83, p.36), come ha riconosciuto anche suo fratello Stanislas quando nella lettera del 7 agosto 1924 scriveva a proposito di Ulysses e dei primi frammenti di FW. « C’est indubitablement catholique de nature....le baptême a laissé en toi une forte propension à croire au mal » ?

La risposta parrebbe del tutto scontata ma non lo è. Anzi sarebbe per noi limitativo mettere l’accento sul peso eccessivo e oppressivo che sia l’io simbolico sia l’io empirico hanno esercitato sull’autore irlandese nell’affermazione della sua identità di uomo e di scrittore. Giacché, lungo l’arco dell’intera narrazione, le due entità esistenziali si dimostrano essere complementari in direzione di una più autentica percezione del mondo.
Il vero momento epifanico di Tim Finnegan risiede, a nostro parere, nella consapevolezza dell’inscindibilità nell’individuo tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, tra la vita e la morte. A tale proposito ci sembra che questo sia il filo conduttore che muove l’autore, nascosto dietro il testo, ma, in verità, ben visibile, anche quando cerca di confondersi nelle numerose immagini animalesche ricche di simboli e di sensi.
« Cani da riporto di tutte le razze stavano beaglolando...bramosi di cacciare lui...avidi di prema », « un noelano bianco....cani bassotti » (96-97 bis) lo inseguono e lui, alias Tim/Joyce, simile ad una volpe, cerca di far perdere le sue tracce trovando rifugio in un ricovero solitario ma sicuro, lontano dall’abbaiare ringhioso dei cani e da quanti volevano sbarazzarsi di lui, mettendo in giro dicerie e maldicenze le più fantasiose. C’è chi dice che nascosto nel fondo di una nave olandese, avesse raggiunto l’Asia maggiore con un nuovo nome islamico ; c’è chi afferma che « un’ignominiosa malattia privata...avesse chiuso il suo circolo vizioso » (98 bis) e definitivamente ; c’è ancora chi sostiene di aver visto Tim negli abiti di una ex suora, « di bustoratura enorme e modi mascolini » (99 bis), sulla quarantina, che discuteva animatamente e in modo capriccioso con altri ; chi, infine, ritiene di averlo riconosciuto per una « blanguinante antichillosa cloappa » (ibid.), con la striscetta del sarto su cui era scritto V.P.H., le iniziali di un esattore i cui resti divorati dagli animali si trovavano vicino allo Scaldbrothar’s Hole.

Di là da possibili interpretazioni sulla fine di Tim, c’è da rimarcare, se ancora non fosse chiaro, la centralità della duplice figura del protagonista/artista perché creatore e vittima al tempo stesso. È che, per Joyce, l’artista è colui che si fa interprete delle ansie e dei cambiamenti, assorbendoli in sé e sfida ogni sorta di ostracismo, di disprezzo e di solitudine per rifondare una nuova civiltà. E il destino dei Finnegan è anche il destino di quelli che, perseguitati e derisi in vita, ora che « la guerra è finita » (101 bis), ritornano ad una nuova esistenza creativa.

(JPEG)
sur amazon.fr

Per l’autore irlandese la strada non è senza ostacoli. C’è da attraversare un tunnel, un vuoto, un silenzio lungo e buio, in attesa di sentire una voce che illumini un’altra vita per rinascere con maggiore consapevolezza del proprio ingegno e della propria storia.
A giusta ragione, questo gigantesco romanzo che è Finnegans Wake H.C.E. (da 600 a 900 pagine, a seconda dell’edizione), è da annoverare tra i migliori prodotti narrativi del XXo secolo, perché è innovativo nel linguaggio e nella composizione dei diversi piani narrativi e sperimentale nella ricerca delle « futurlinee » (4 bis) sulle quali costruire un nuovo percorso di vita ancorato alle proprie radici e caratterizzato da un forte e condiviso senso di appartenenza.

Prof. Raphaël FRANGIONE

Insegnante in pensione di FLE nei Licei.



Réagir à cet article

Commentaires